News farmacia: le ultime novità in campo farmaceutico

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Cosa sta succedendo in campo farmaceutico? Le ultime notizie di rilievo in arrivo dal settore riguardano in particolare l’annoso tema delle liberalizzazioni, mentre si torna a parlare di vaccini per il cancro e delle allergie alla penicillina. Infine il superfarmaco per l’epatite C, per il quale è stato creato un fondo ad hoc nella Legge di Stabilità 2015.

Interventi sui farmaci di fascia C, numero di farmacie e licenze per ogni titolare

Il tema delle liberalizzazioni del settore farmaceutico torna d’attualità. A riportarlo sotto i riflettori è in particolare la bozza del ddl Concorrenza, ancora allo studio del Governo, ma i cui contenuti sembrano prefigurare un’aria non proprio salubre per le farmacie.

L’esecutivo guidato da Matteo Renzi, infatti, sembra stavolta intenzionato a far seguire i fatti alle parole, dando vita ad una serie di interventi organici di rilievo sul settore, tali da incrementare in maniera significativa la concorrenza nella distribuzione farmaceutica, oggi latitante.

Il primo provvedimento allo studio, riguarderebbe proprio uno dei capitoli più discussi, la vendita anche nelle parafarmacie dei farmaci di fascia C. Esse potrebbero infatti essere autorizzate alla vendita di tutti i farmaci della fascia C, senza alcun obbligo di ricetta, oppure a rilasciare quelli generici equivalenti ai medicinali che fanno parte della fascia in questione.

Anche il numero delle farmacie sarebbe oggetto di discussione, con la trasformazione dell’attuale numero massimo in numero minimo, decisione che darebbe vita ad una vera rivoluzione nel settore. Il tutto usando come grimaldello l’introduzione della parola “almeno” all’interno della legge 475 del 2 aprile del 1968, dopo “una farmacia”. In questo modo, il nuovo testo, andrebbe a stabilire il principio che il numero delle autorizzazioni deve essere deciso in modo tale da prevedere l’effettiva presenza di una farmacia almeno ogni 3.300 abitanti. Per quanto riguarda invece il numero delle licenze dovrebbe poi essere cancellato il limite attualmente esistente di quattro, riservato ad ogni titolare nella stessa provincia in cui ha sede la società, in modo da togliere limiti relativi all’apertura di nuove farmacie.

Infine, i medicinali generici, ovvero gli equivalenti a quelli di cui è ormai in scadenza il brevetto o il certificato relativo alla protezione complementare. Contrariamente a quanto accade oggi, essi potranno infatti rientrare tra quelli a carico del Servizio sanitario nazionale, con le implicazioni che questa decisione comporterebbe.

Va comunque ricordato che si tratta di una bozza ancora in piena fase di discussione, anche se quanto trapelato sinora è bastato per sollevare un vero e proprio vespaio. A partire dalla polemica tra Assofarm e Federfarma, dopo le dichiarazioni rilasciate da Venanzio Gizzi, presidente della prima associazione in relazione ai provvedimenti sui farmaci di fascia C. La sua presunta apertura, stigmatizzata immediatamente da Annarosa Racca, numero uno di Federfarma, ha costretto Gizzi a precisare di non essere assolutamente favorevole alle soluzioni prospettate dal governo, ricordando però che sono ben altre le priorità in fase di stallo ormai da tempo, circostanza che indurrebbe a non ridurre la discussione ad un aspetto pur così rilevante.

Dal canto suo, Annarosa Racca ha tenuto a precisare con estrema forza che in questo momento le farmacie non sarebbero in grado di sopportare la benché minima perdita di fatturato. Inoltre la fuoriuscita della fascia C dal circuito delle farmacie creerebbe secondo Federfarma un problema di sanità pubblica.

Nella querelle è intervenuto anche il presidente di Farmacieunite, Franco Gariboldi Muschietti, il quale non ha esitato a schierarsi dalla parte di Assofarm vedendo nelle dichiarazioni di Gizzi il tentativo di aprire un dialogo con le istituzioni, da preferire senz’altro allo scontro ad ogni costo prefigurato dall’atteggiamento di Federfarma.

Vaccini per il cancro entro tre anni?

Entro il prossimo triennio dovrebbero finalmente vedere la luce i primi vaccini per la cura e la prevenzione del cancro. Mentre dovrebbe essere più lunga, nell’ordine di cinque o dieci anni, l’attesa per quelli relativi ad Alzheimer e la dipendenza da sostanze stupefacenti, in particolare dalla cocaina.

Sono questi i risultati promessi dallo sviluppo della ricerca nel settore dei vaccini, che vede attualmente in grande evidenza il settore relativo alle terapie contro i tumori e le patologie neurodegenerative. A tirare il punto sulle prospettive che si stanno aprendo nell’ambito dei vaccini è stato il direttore generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Secondo Pani, si dovrebbe arrivare alla realizzazione di vaccini in grado di affrontare tutte le età della nostra esistenza.

Mentre il presidente di Aifa, Sergio Pecorelli, ha invece voluto sottolineare come i vaccini antitumorali saranno in molti casi perimetrati sulle esigenze dei singoli pazienti. Naturalmente questo fatto, se da un lato avrà la conseguenza di cure mirate, dall’altro comporterà un problema di costi molto alti, che dovrà essere oggetto di adeguate valutazioni. Lo stesso Pecorelli ha poi voluto sottolineare come non vada mai dimenticato il filone veterinario con le sue possibili implicazioni, ovvero la possibilità di una trasmissione delle infezioni da parte degli animali.

Penicillina, attenzione alle false allergie

Come è ormai noto, sono molti i casi in cui le diagnosi non vengono confermate dai test, come del resto succede per la penicillina. Proprio gli antibiotici beta-lattamici, cui appartiene la stessa, sono quelli più interessati dal problema, a causa della loro elevata capacità di dare vita ad una reazione immunologica. Chi magari ritiene di esservi allergico, potrebbe ben presto scoprire con sconcerto di non esserlo affatto. Ad affermarlo è un report presentato nel corso del convegno annuale dell’American College of Allergy, in base al quale molti casi di presunta allergia all’antibiotico non avrebbero mai avuto una conferma probante della diagnosi tramite effettuazione di test specifici. Proprio i test, una volta effettuati, sgombrano però il campo da possibili equivoci, rivelando che per molti pazienti si potrebbe usare la penicillina, evitando in tal modo l’utilizzo di antibiotici non solo più costosi e tossici, ma anche meno efficaci.

Lo studio è stato coordinato da Thanai Pongdee, un allergologo della Mayo Clinic, e i risultati sembrano non lasciare spazio ad eventuali dubbi, se si pensa che addirittura il 94% di coloro che hanno sempre pensato di essere allergici alla penicillina possono invece risultare negativi ai test specifici. Secondo Pongdee, a volte l’episodio di intolleranza alla penicillina può essere soltanto transitorio, mentre in altri la reazione può modificarsi nel corso del tempo, perdendo progressivamente forza. A rafforzare la tesi arriva anche un secondo studio, nel corso del quale gli esami cutanei hanno smentito totalmente le presunte allergie, permettendo ad una larga percentuale del campione di modificare la terapia, con una conseguente riduzione dei costi.

Proprio per questo motivo sarebbe necessario non tirare subito le conseguenze quando si viene allertati su una presunta allergia, bensì ricorrere ad un allergologo, unico specialista dotato della necessaria specializzazione in grado di dare luogo ad una diagnosi accurata e al successivo trattamento terapeutico.

Una notizia che potrebbe avere grosse implicazioni, se si pensa che la penicillina costituisce il 60% ed oltre degli antibiotici comunemente usati. Di solito le reazioni avvengono ad un’ora circa dall’assunzione e possono arrivare allo shock anafilattico nel caso più grave. In altri casi, possono insorgere in un arco di tempo più lungo e manifestarsi sotto forma di rash cutanei e orticaria, mentre più raramente insorgono dolori articolari e stati febbrili.

Arriva il fondo per l’epatite C

Un emendamento alla Legge di Stabilità 2015, attualmente in fase di discussione a Palazzo Madama, ha finalmente stabilito l’entità del fondo speciale che era stato espressamente voluto dal Ministero della Salute al fine di reperire le risorse idonee a finanziare le cure per l’epatite C con il cosiddetto superfarmaco basato sulla molecola sofosbuvir. Si tratta del Sovaldi, un preparato della casa farmaceutica Gilead, il quale si sarebbe dimostrato effettivamente in grado di estirpare in maniera pressoché totale il virus dell’epatite C nel breve volgere di tre mesi.

L’emendamento in questione, è stato presentato da Beatrice Lorenzin, titolare del dicastero della Salute e prevede in particolare l’arrivo di cento milioni nel corso del prossimo anno direttamente sotto forma di finanziamenti statali, mentre novecento milioni (quattrocento nel 2015 e cinquecento nell’anno successivo) sarebbero messi a disposizione grazie alle risorse del Fondo Sanitario espressamente vincolate per fini specifici.

Va ricordato che, a seguito della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, avvenuta proprio il 12 dicembre appena passato, dell’approvazione del farmaco da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, il Sovaldi può essere acquistato anche nel nostro paese dai pazienti afflitti da epatite C. Chi lo fa in qualità di privato, però, deve sottoporsi a spese estremamente elevate, che non molti possono sostenere. Le stime effettuate al proposito, attestano oltre la soglia dei 70mila euro il costo di un ciclo di cure, spesso perciò su un livello al di fuori delle possibilità della maggioranza dei pazienti. Per effetto degli accordi intercorsi tra il Ministero della Salute e la Gilead, un ciclo di cure verrà dunque a costare allo Stato intorno ai 40mila euro, cifra che consente al fondo istituito di assicurare trattamenti a 22mila persone, nel corso di un biennio.

Una notizia che sarà sicuramente salutata con favore e sollievo da parte dei circa 1,5 milioni di cittadini italiani che hanno contratto il virus, tra i quali sono 300mila quelli con diagnosi acclarata. Ammontano invece a 50mila i pazienti che hanno sviluppato una malattia epatica grave a seguito dell’insorgere dell’infezione. Numeri che fanno del nostro paese uno dei più colpiti in assoluto del vecchio continente e che secondo alcuni sarebbero inferiori a quelli reali, del resto segnalati da altre rilevazioni.

L’epatite C nel 40-50% dei casi può diventare cronica e degenerare in cirrosi epatica, comportando per il Servizio Sanitario Nazionale una spesa annua di circa 520 milioni di euro. Cifra che contribuisce a giustificare l’iniziativa del Ministero della Salute, analoga a quella intrapresa dal governo francese. Va infine ricordato come presto la molecola sofosbuvir potrebbe essere seguita da altri cinque o sei farmaci analoghi considerati estremamente promettenti.